Raccoon Music

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RACCOON MUSIC AWARD 2025/26

Intervista a Corpoceleste

Il countdown per la finalissima della seconda edizione del Raccoon Music Award è ufficialmente iniziato. Direttamente da da Radio Rock, la nostra redattrice e conduttrice Elisabetta Fabretti ha fatto quattro chiacchiere con Corpoceleste, uno dei finalisti più eclettici del Raccoon Music Award. Il prossimo 12 giugno si giocherà il tutto per tutto sul palco del Monk di Roma per la finalissima. Ecco cosa ci ha raccontato.

I biglietti per assistere alla finale nel teatro centrale del Monk sono già disponibili.
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i primi biglietti sono in promozione a 10€ fino al 7 di giugno, per poi passare alla seconda fascia di 12€. Se decidi di acquistarli direttamente la sera dell’evento al botteghino, il prezzo sarà invece di 15€.

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Il 12 giugno ti esibirai al Monk per la finalissima del Raccoon Music Award, come ti senti?

Sto molto bene! Ammetto che sto già pensando alla finale del 12 giugno, sono carico e gasato. Con la mia band voglio portare uno show che sia coerente con la storia del progetto, ma che offra anche qualcosa di totalmente nuovo per chi ci conosce già. L’obiettivo è fare quello step in più che una finale come quella del Raccoon richiede.

Parlaci un po’ di te: chi si nasconde dietro questo nome?

È il mio progetto solista, nato dopo una lunga serie di tentativi. Anzi, l’evoluzione è continua e spero di essere sempre in mutamento. In questo momento preciso, Corpo Celeste prende la forma di un disco. Un album che in realtà non si chiamerà così, ma che rappresenta esattamente il mio progetto attuale.

Ho iniziato a farlo uscire un po’ alla volta nell’estate del 2024 con il primo singolo, “Acqua sotto i ponti”. Ormai sono fuori dieci tracce, quindi praticamente potete già ascoltarlo quasi tutto. Quest’estate arriverà l’ultimo capitolo. Anche se molti brani sono già noti, l’idea di vedere un lavoro completo, dall’inizio alla fine con una tracklist definita, mi emoziona tantissimo.

Durante il contest è emersa molto la tua personalità. Tratti temi generazionali complessi, a tratti drammatici, ma lo fai sempre con un’enorme autoironia. C’è un forte contrasto tra la delicatezza della tua voce e il tuo modo di porti sul palco. Come convivono in te questi due aspetti?

Credo che la parte ironica sia nata quasi come un meccanismo di difesa. Nelle prime fase del contest ho detto certe sciocchezze sul palco che avranno fatto pensare ai giudici: “Ma questo da dove viene?”.

Il punto è che a un certo punto ho sentito che le mie canzoni erano troppo drammatiche. Anche i pezzi più upbeat, se vai a leggere il testo, ti fanno dire: “Oddio, ma che sta dicendo?”. Parlano di cose forti. Negli ultimi anni ho fatto tantissimi live in acustico, piano e voce, semplicemente perché per noi emergenti le opportunità sono quelle che sono: ti carichi la tastiera in spalla e vai, non hai il budget per pagare un’orchestra.

Trovarsi da solo, con canzoni tristi e una voce che ogni tanto calca un po’ troppo la mano sul dramma, rischiava di diventare too much. Quindi ho iniziato a spezzare l’atmosfera tra una lacrima e l’altra con qualche risata. È diventato il mio marchio di fabbrica.

A proposito di tematiche generazionali: come ti rapporti con i tuoi coetanei? Ti senti davvero parte della Gen Z?

Questa è una bellissima domanda. Sì, mi sento molto Gen Z: sono cronicamente online e spesso sono il primo a mandare meme assurdi nei gruppi di amici che invece hanno già un lavoro e una vita quadrata.

Allo stesso tempo, però, sto facendo un tirocinio a scuola e mi trovo a contatto con l’ultima fetta della Gen Z, quella borderline con la Gen Alfa. Lì un po’ di distacco lo percepisco. Io sono cresciuto in un’epoca di transizione, in cui si mischiavano ancora le cassette e i CD.

E poi, proprio in questo 2026, ho avuto una vera e propria epifania: voglio staccarmi dal telefono. Ho capito che mia madre aveva ragione, il problema era davvero lo smartphone! Quindi sì, sentirsi Gen Z oggi è un concetto decisamente in evoluzione.

Parliamo del tuo percorso al Raccoon. Sei partito da solo, poi ti sei presentato in band, e per la finale ci hai anticipato che ci saranno addirittura dei coristi. Com’è andata quest’anno?

Vi dico la verità: mi sono iscritto al Raccoon l’anno scorso durante una fase di “mania psicotica” in cui per due mesi mi sono iscritto a qualsiasi bando esistente sulla terra. Quando ho visto la struttura del contest, ho deciso di rischiare.

Spesso mi è stato detto che il mio progetto non è immediato, che ha troppe sfaccettature e che per essere apprezzato ha bisogno di un set lungo, non di uno o due brani. Inoltre, c’è sempre stato un eterno dualismo: quando suono in band mi dicono “Eh, però l’emozione di quando sei da solo…”, e quando sono da solo “Eh, però il sound della band…”.

Così ho sfruttato le varie serate del Raccoon per mostrare tutto il pacchetto:

  • Piano e voce nelle prime fasi, per valorizzare la scrittura e la parte cantautorale.
  • Band in formazione ridotta per le semifinali.
  • Cose in grande per la finale al Monk, aggiungendo i coristi su un brano.

I miei musicisti sono meravigliosi, da soli fanno paura e portano al progetto una dimensione che a volte non so nemmeno se mi merito. Il Raccoon mi ha permesso di creare una narrazione che va oltre la singola canzone, e questa è una cosa bellissima in un’epoca in cui la musica si ascolta spesso una volta sola dentro una playlist in modalità shuffle.

Musicalmente proponi un pop contemporaneo con venature cantautorali. Quali sono i tuoi ascolti di riferimento, soprattutto in questo periodo?

Non vi risponderò con il nome di un cantautore di nicchia sconosciuto del 1920. La verità è che c’è un album del 2012 che ha cambiato la chimica del mio cervello ed è “Red” di Taylor Swift. Questa è la mia vera villain origin story. Lei si è evoluta, io mi sono evoluto, ma quel legame resta.

Nel tempo gli ascolti sono stati tantissimi: i Florence and the Machine, Frank Ocean, che a 16 anni era il mio Dio. Oggi ascolto tanto pop in inglese, forse perché l’italiano a volte lo sento fin troppo vicino, come se me lo stesse cantando il vicino di casa.

Se devo fare dei nomi recenti, direi l’album di Hayley Williams, l’ultimo disco di Rares e da un anno ho in loop continuo il disco di Ethel Cain. Come vedi, sono ascolti completamente all over the place, esattamente come me.

Prima di lasciarci, ci regali uno spoiler per la finalissima?

Oltre ai coristi che vi ho già accennato, posso dirvi questo: ho pubblicato due EP che rappresentano i primi due capitoli del disco. I due brani che canterò in finale arriveranno uno dal primo EP e uno dal secondo. Nessun inedito assoluto, quindi, ma saranno due pezzi già usciti che potrete ascoltare in una veste completamente nuova e stravolta.

Svelato il mistero! Se volete scoprire questa nuova veste di Corpo Celeste, l’appuntamento è il 12 giugno al Monk per la finalissima del Raccoon Music Award. Non mancate!

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Articolo a cura di Elisabetta Fabretti